La coda della gatta – Scritti di Ettore Guatelli: il museo, i suoi racconti (1948 – 2004)

Quando i miei nonni son venuti a star qui si era nel ’10. Gandi ed il “Nen”, che allora avevano in affitto questo podere avevan tirati via dalle Coste, dov’erano stati soltanto tre anni. Erano di Vallezza, i miei vecchi. E le torri del vecchio castello, lo si vedevano salendo al campo del Canaparo. Mio padre racconta che vi saliva spesso a guardarle, in quegli anni. Non poteva dimenticarle. Come tutta quella gente buona e semplice di i cui parla sovente, specialmente a tavola quando un niente gliene dà pretesto. Il pretesto, stavolta, glielo ha dato Gandi, che gli è venuto a cercare un po’ d’uva. E così han parlato. Ora i figli di Gandi hanno due autobotti, e trasportan ancora il petrolio…
“Chi lo avrebbe mai detto?” – racconta papà – “Avevamo un fiasco di terracotta che ci riempivano per dieci centesimi quando stavamo a Vallezza. Veniva ogni tanto il Sior Piero. ed era giorno di vendita. Si spargeva la voce, e tutti venivano a comperare. Apriva il magazzino, una casetta lunga nella Sal da dei pozzi, e attingeva in uno di quei barili di legno che un tempo servivano per il vino. Si metteva nelle lucerne il petrolio, e faceva un fumo che, dopo aver passato una sera nella stalla, con le donne che filavano, o gli uomini che giocavano a carte e si contavano delle storie. si usciva neri come se si fosse pulito il camino.
Erano tre i pozzi che producevano, ed erano tutti del signor Combi. Quando i barili eran pieni, li portavano con un caro giù a Selva. Era Pelo che li riempiva. Aveva un paiolo di rame con un rubinetto in fondo. I pozzi erano a mano, incamiciati a mattoni, e andavano giù un centinaio di metri. Si mandava in fondo il paiolo coll’ aspa e veniva su pieno di liquido.
Si apriva il rubinetto e ne usciva l’acqua. Quando cominciava a uscir petrolio sì richiudeva e si versava poi nella botte. Il daffare, per Pelo, era quando pioveva. I pozzi erano senza vera né parapetto, a fior di terra e a metà di una collina abbastanza ripida da riempirsi facilmente di acqua e, a volte, anche di melma. Aveva un bello scavarci intorno dei solchetti, Pelo: bastava piovesse per qualche giorno che l’acqua filtrava e non la teneva nessuno. Una volta finito impiegava giorni interi a vuotarli e bisognava evitare che si riempissero, perché il petrolio, che sta sopra, non uscisse dall’orlo.

Una volta, mentre foravano il pozzo, Quirone aveva acceso la pipa. Lo scoppio era stato così forte che nel muro della chiesa si era aperta una crepa. A lui era andata bene. Era stato buttato a terra e si era strinato (bruciato) la faccia. Un altro pozzo, oltre a quelli della Faggia e della Riana, lo aveva fatto il signor Lino, nei nostri campi in fondo alla frana di Bornicino del Ronco. La frana lo aveva reso pericoloso e il nostro padrone lo aveva abbandonato. C’eran cresciuti intorno dei rovi spinosi e noi bambini ci si strisciava sotto, portandoci sull’orlo con una scorta di sassi. Ogni tanto ne lasciavamo cadere uno dentro, per sentirne il tonfo remoto e moltiplicato.
Poi il signor Federico aveva tentato di farne un altro. Erano là a trentacinque metri e dentro il pozzo c’era la fune nuova. Cominciò a piovere. Dalla frana del Bornicino si staccò un altro pezzo che chiuse la Faggia al disotto del pozzo. Quand’era finito di piovere il pozzo era pieno di terra e l’aspa e la fune non c`erano più. Da allora nei nostri campi di pozzi non si tentò più di farne. Del resto dopo pochi anni vennero altri. Era una società che scavava per qualche metro, incamiciava con assi di legno, per poi forare col pensilvania. Si era intorno al Novecento. Fu a forare uno di quei pozzi che morì il povero ‘Lomo’. Stava riempendo il secchio di terra scavata e di sopra altri due, con cui si davano il cambio, han forse acceso un fiammifero. Non si era tanto giù da pensare che sarebbe scoppiato, forse. Ma lo scoppio ci fu e a tre colpi. Il povero ‘Lomo’ era rimasto nudo, orrendamente pelato e scotennato, e solo attaccato alla fune. Urlava e tutti accorsero, compreso il parroco. Persino l’appaltino con una latta di olio d’oliva. Ma tutto inutile. Lo portarono sulla strada con un carro poi all’ospedale con i cavalli. Quando tornò con il carro funebre, il cocchiere volle vedere quel pozzo. Glielo condussero zia Adele e altri ragazzi. Volle provare anche lui, coricandosi e sporgendo il viso sull’orlo, per poi buttare un fiammifero. Ci furono stavolta tre scopi e lui fu buttato indietro, col viso e i capelli bruciati.
Quando lo soccorsero, in fondo alla Salda, tremava e sudava e non faceva che dire ‘Ma guarda che ci dev’essere’! I gas c’erano anche nei nostri campi. Uno era in quello di Stori. Gli altri erano nella Scura e nel campo del gas. La Scura era un bel campo con tanti olmi. In mezzo c’era un pezzo di terra bruciata, unta, e intorno non ci veniva nulla. D’autunno, quando gli uomini erano ancor via, in Corsica o in Svizzera, e si doveva seminare il frumento, si lavorava anche di notte. Di giorno si erpicava un poco, si spargeva il grano, si passava coll’aratro di legno dalla pertica lunga e senza ruote, direttamente attaccato ai buoi, e si rivoltavan le zolle che di notte, al chiaro dei canavicchi accesi tenuti dai ragazzi, si spappolavano per eguagliare il terreno e interrare i semi rimasti scoperti.
Se si era vicino alla Scura, agli altri campi del gas, si scavava un poco in mezzo alla terra unta con un canavicchio si dava fuoco. Restavano accesi per mesi. E se un poco pioveva, e la terra comprimendosi costringeva i gas a unirsi e ad uscire per un sol foro, Gigio piantava allora in terra due bastoni a forcella con sopra un altro in cui infilava il manico della vecchia pentola piena di castagne, i ‘balleri’ come noi li chiamavamo, che cuocevamo per noi e per quelli che veni- vano a dare una mano perché altro non c’era. Ed in quella stagione, ma anche più avanti, noi ragazzi non si mangiava che quelli. 0 la polenta inzuppata nel vinello di quella poca uva che si pigiava.
Ora si è signori, e neanche si sa. A pensare quel che si mangiava noi, non c’è neanche da crederlo. Le vite che si son fatte! S’andava fuori alle bestie ancor scalzi colle prime brine, e si era fortunati se si andava nei pressi dei gas. Erano ancora accesi e ci si correva vicino fra un richiamo e l’altro di una bestia che sconfinava. E si stava fino alle dieci, alle undici e più, con quei canavicchi accesi a far lume. Poi il povero zio Josfett aveva cominciato a portare a casa dalla Svizzera le torce da vento. Quelle sì che facevano bene. Erano un po’ parato a legarle sopra un bastone, per usarle fino alla fine. Un giorno finalmente il padre di Pelo, che aveva soltanto dieci pecore e d’inverno non le mungeva, in cambio di un po’ di latte ci diede il petrolio. Non voleva che con quei canavicchi le ragazze prendessero fuoco alle vesti, diceva. Lo mettevamo nelle ‘lume’ ma più lo risparmiavamo per le sere d’inverno. Eran sempre i canavicchi, così, che andavano. Quando siamo venuti via noi, di pozzi a mano ormai non ce n’erano più. Erano fitti quelli della società, che crescevano sempre. Ve ne sono ancor oggi, che producono, e si allargano intorno. Il magazzino ormai non c’è più. Non avrei certo mai detto che, venendo via di là, sarei finito in un altro campo crivellato come fanno ora dei nostri. E adistanza di tanti anni. E di gas qui non se ne vedono’,
Il babbo sta per andare. È atteso per la partita alle bocce, e del resto per oggi ha concluso. In fondo agli “Spiaggi” campeggia un derrick da poco montato. Il rumore dei suoi motori, dopo i primi giorni di fastidio, ci è diventato oramai familiare. Gli operai dicono che i campioni promettono bene.

[“Il gatto selvatico. Mensile aziendale Eni” , IV, 1958, 10]