“Il cranio del Po”: la storia riemersa dopo 600 anni al Museo Guatelli
Un reperto conservato per decenni può tornare a raccontare una storia.
È il caso del cosiddetto “cranio del Po”, custodito nelle collezioni della Fondazione Museo Ettore Guatelli e oggi al centro di una ricerca scientifica internazionale pubblicata nel 2026 sulla rivista Forensic Science, Medicine and Pathology dal titolo “The quiet rest of the warrior: a story of life, death, taphonomy and bone diagenesis”. Lo studio, firmato da Edda E. Guareschi, Paola A. Magni, Brendan Chapman e Davide Persico, restituisce nuova luce a una vicenda umana rimasta a lungo senza voce.
Il cranio fu recuperato negli anni ’60–’70 da una piana alluvionale del fiume Po, ed è stato conservato per decenni presso la Fondazione Museo Ettore Guatelli, prima di essere rianalizzato in dettaglio solo di recente. Gli autori descrivono cambiamenti morfo-anatomici che suggeriscono una condizione congenita e un trauma peri-mortale, insieme a particolari colorazioni delle ossa interpretate come segni tafonomici e diagenetici legati al contesto di deposito fluviale.

Il lavoro è frutto di una collaborazione interdisciplinare internazionale che ha coinvolto esperti di conservazione di beni culturali e scienze forensi e naturali. Nonostante la fragilità del reperto e la scarsa documentazione contestuale, il team ha applicato protocolli forensi standardizzati (stima del profilo biologico, analisi dei traumi e valutazione tafonomica) per stimare età (giovane adulto), sesso (maschile), stato di salute (affetto da patologia congenita), epoca della morte (prima metà del 1400) e causa della morte (trauma al capo). Le competenze combinate hanno permesso di ricostruire anche la storia postmortale dei poveri resti, in particolare il trasporto fluviale e le condizioni di sepoltura, e di interpretare i cambiamenti diagenetici dell’osso alla luce delle condizioni deposizionali e ambientali.
Questo studio dimostra il valore delle collezioni museali come luoghi di ricerca e conoscenza. Anche gli oggetti più silenziosi possono diventare fonti preziose per ricostruire storie umane, mettendo in dialogo patrimonio, scienza e comunità. Il “cranio del Po” è oggi non solo un reperto, ma una testimonianza viva del passato che torna a interrogare il presente.

